FERRARA: Oylem Goylem – Moni Ovadia, 25 novembre 2022

By La Redazione|3 Dicembre 2022|Senza categoria|0 comments

Stagione di Prosa 2022/23

Teatro Comunale di Ferrara

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Teatro Comunale di Ferrara 

Venerdì 25 e sabato 26 novembre 2022 ore 20.30 

Domenica 27 novembre ore 16

Oylem Goylem

di e con Moni Ovadia e con la Stage Orchestra

Tra lingua e musica, Oylem Goylem di  Moni Ovadia è un viaggio nel mondo di chi, senza patria, erra per il mondo. Canti, musiche, storie, aneddoti, tra battute fulminanti e citazioni colte, il tutto arricchito dalla presenza della musica dal vivo della Moni Ovadia Stage Orchestra. Uno spettacolo cult che da trent’anni porta in scena un’idea di memoria come progetto per il futuro. 

 

Teatro Comunale di Ferrara, 25 novembre 2022


Compongono la Stage Orchestra Maurizio Dehò al violino, Giovanna Famulari al violoncello, Paolo Rocca al clarinetto, Albert Mihai alla fisarmonica e Marian Serban al cymbalon. Suono a cura di Mauro Pagiaro, scene e costumi di Elisa Savi. Una produzione Centro Teatrale Bresciano.

Prosegue, dopo un’ottima rappresentazione dello shakespeariano “Mercante di Venezia”, la stagione di prosa al Teatro Comunale di Ferrara. Ad occupare per ben tre date (25-26-27/11) il palco ferrarese è niente meno che Moni Ovadia, attuale direttore generale del Comunale, che ripropone il suo cavallo di battaglia “Oylem Goylem”. Accompagnato dalla Moni Ovadia Stage Orchestra il conduttore alterna con grande perizia riflessioni sulla cultura yiddish (e su quella ebraica in generale), intervalli di musica klezmer, cantata magistralmente dallo stesso Ovadia, ed elaborate barzellette tipiche di quel tradizionale umorismo ebraico (spesso e volentieri caratterizzato da una non troppo velata autoironia).

Non si tratta solo brillanti storielle da cabaret ma piuttosto di un viaggio, seppur breve e affrontato con relativa leggerezza d’animo, all’interno di una cultura che silenziosamente sopravvive accanto alla nostra e accanto a molte altre di carattere nazionale. Come giustamente fa notare Ovadia, uno degli elementi che più risente dell’influenza di culture più egemoni (da un punto di vista demografico) è la lingua: quando singoli individui o piccoli gruppi si spostano da un contesto linguistico all’altro tendono a perdere la propria lingua madre entro due o tre generazioni.


Ero appoggiato al parapetto dell’imbarcazione e come si usa guardavo il mare quando mi giunge all’orecchio un sospiro, di fianco a me era sopraggiunto un signore con il viso solcato da quelle rughe d’espressione prodotte dal duro lavoro all’aria aperta e cogliendo la mia disposizione ad ascoltarlo fa: “What a peccato, once the mare was very polito”. Era un emigrato che tornava dall’Australia. Eccolo un suono dall’esilio, il disfarsi della propria lingua e delle proprie dialettiche non basta più a sé stesso che contaminandosi con un’altra lingua perde il senso dei propri confini che non esistono più e della precisione del proprio utilizzo legato ad una cultura povera magari, ma dotata di una forte identità. Ma questo, pur con tutto il suo significato anche politico mantiene il suo livello di chiarezza: c’è un luogo dal quale si proviene e un luogo nel quale si è tentato di costruire una nuova vita, un qua, un là. Un’altra dimensione dell’esilio si manifesta in tutto il suo paradosso quando entriamo nel “lontano da dove” o nel “la somma degli angoli di cui ho nostalgia è uguale a 360 gradi”. Laddove la diaspora introiettata diviene inelaborabile e sviluppa pressioni emotivo-cerebrali vertiginose.”


Ciò non avviene per i parlanti yiddish vuoi perché spesso più legati a comunità che gelosamente custodiscono le loro usanze, vuoi perché paradossalmente la lingua si conserva e si evolve costantemente proprio grazie al contatto con le culture con cui entra in contatto. La lingua stessa eredita la condizione errante dei suoi parlanti che pur dispersi e adattatasi ai nuovi contesti sociali preservano la propria cultura. Ovadia però non ne parla da linguista o da storico, ci dipinge un quadro in grado di farci comprendere una realtà che viaggia su binari paralleli ai nostri e che raramente ci capita di scoprire.

Matteo Cucchi

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